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Il Coach racconta: la mia Mosconi Cup

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«La prima sera, all’hotel Alexandra Palace di Londra, ero seduto al bancone del bar a mangiare e bere per conto mio, in attesa che cominciasse la leggendaria Mosconi Cup. Non vedevo l'ora, fremevo... quando a un certo punto ho visto passare Shane Van Boening con i suoi compagni di squadra americani e mi sono subito alzato per corrergli dietro. Ho pensato: “Shane è il mio giocatore preferito, non posso perderlo...”. Lui mi ha riconosciuto subito perché ci eravamo già incontrati al World Pool Master di Manchester nel 2015, e ha accettato di fare una foto con me e i suoi compagni. Questo mi ha fatto molto piacere perché era un momento delicato, mancavano due ore all'inizio delle partite, e loro stavano andando nella “practice room” per il riscaldamento pre-gara, eppure hanno avuto la gentilezza di fermarsi un minuto con me».

Chi parla è il “giovane sessantenne” Pietro Giampà, conosciuto nel mondo del biliardo italiano con il soprannome di Coach: è stato il nostro "inviato" alla Mosconi Cup, lo storico torneo di pool che vede scontrarsi Stati Uniti e Europa, in cui quest'anno, dal 6 al 9 dicembre a Londra, hanno trionfato gli europei per la settima volta consecutiva con una vittoria schiacciante, 11-3. Con la passione che lo contraddistingue, il nostro Coach ha seguito la competizione da spettatore, è stato a contatto con i protagonisti, e in questa intervista ci racconta aneddoti e curiosità sul dietro le quinte, lui che è un grande appassionato di pool e anche un grande esperto: non a caso, è soprannominato Coach, perché da istruttore riconosciuto FIBIS nel suo tempo libero frequenta spesso la sala Club70 di Roma, dove svolge una attività di supporto e allenamento a tutte le persone che si avvicinano al pool, con passione e amore per questo sport.

 

Allora, Coach, qual è il tuo commento sul risultato finale?

Il Coach racconta:  la mia Mosconi Cup

“Quell'11 a 3 per l'Europa parla chiaro ragazzi, ma solo Dio sa quanto ho pregato che arrivassero 10 pari. Perchè io voglio veder giocare, giocare, giocare..! In ogni caso, mi sono divertito molto e non dimenticherò mai il Day 4, la serata conclusiva: Jayson Shaw, in vantaggio 4-1 contro Mike Dechaine, va a tirare con molta calma l’ultima 9 già con il braccio alto ad inneggiare la vittoria, e al grido EUROPE EUROPE imbuca... Be', io sono impazzito! Sono scattato verso l’area di gioco e, senza nemmeno accorgermene, ero già sovrastato da tutto il pubblico che andava verso i giocatori a festeggiare... che bella esperienza che è stata».
Pietro Giampà

 

Ma come, Coach? Ci hai raccontato di essere corso dietro agli americani per foto e autografi, avevamo intuito che tifassi per loro, e alla fine sei andato a festeggiare con gli europei?

Il Coach racconta:  la mia Mosconi Cup

«Ma io, ragazzi, amo TUTTO il pool, I LOVE POOL, adoro il gioco in sé, vado pazzo per questo sport. Infatti, ho comprato due maglie all’Alexandra Palace: una degli USA e una dell’Europa. E dopo le partite, mi divertivo ad andare una volta a bere e brindare con gli americani e il grande Shane indossando la maglia degli USA, mentre la sera dopo, con la maglia dell’Europa, raggiungevo gli europei e il loro capitano Marcus Chamat, che mi chiamava simpaticamente “bambino” già dal World Pool Masters del 2015… Che spettacolo!».
Pietro Giampà

 

Ma perché Chamat ti chiama “bambino”, Coach?

Il Coach racconta:  la mia Mosconi Cup

«Perché non sono altissimo di statura, forse. O forse perché per il pool ho l'entusiasmo di un bambino, chissà? Francamente, non l'ho chiesto a Chamat!»
Pietro Giampà

 

Negli ultimi anni, l'Europa domina: qual è il suo segreto?

Il Coach racconta:  la mia Mosconi Cup

«Premesso che tutti, europei e americani, sono giocatori straordinari, credo che la differenza sia questa: il Team USA prende questo torneo più come un divertimento, mentre il Team Europe è più determinato. L'ho visto con i miei occhi. La squadra europea era sempre in "ritiro" nella practice room, a tirare bilie. Gli americani, invece, preferivano il bar e il ristorante all'allenamento, e ci davano giù con hamburger e patatine. E lì ho capito che per gli USA non c'era proprio speranza. Insomma, dai, non si possono mangiare hamburger e patatine prima di incontri così importanti! In un torneo del genere, ti aspetti che un giocatore di biliardo professionista segua un regime sano, leggero, perché per giocare bene, soprattutto a certi livelli, serve anche un'ottima forma fisica. E infatti, guardate gli europei, sono tutti in splendida forma...»
Pietro Giampà

 

Non è che gli americani, visti i risultati degli ultimi anni, sono partiti sconfitti?

Il Coach racconta:  la mia Mosconi Cup

«Be', di sicuro hanno perso anche per una questione di mentalità».
Pietro Giampà

 

C'è chi pensa che a frenare le motivazioni ci sia anche il montepremi perché i ventimila dollari a ogni giocatore della squadra vincente, e i diecimila a ognuno degli sconfitti non sarebbero cifre troppo invitanti.

Il Coach racconta:  la mia Mosconi Cup

«Per me, non sono pochi soldi, considerato che questi giocatori guadagnano anche dagli sponsor. E comunque, la Mosconi Cup non si gioca solo per il premio in denaro, ma anche e soprattutto per la gloria»
Pietro Giampà

 

Impressioni sul gioco?

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«Ho avuto la fortuna di vedere in azione da vicino i massimi esponenti del pool americano ed europeo, e sono devastanti nella ripulitura del tavolo. In particolare, ho notato che ognuno di questi giocatori ha una postura diversa nell’avvicinarsi al tavolo. A differenza dei grandi atleti di snooker, che hanno tutti una impostazione standard nell’eseguire il tiro, i campioni di pool possono sembrare goffi o fuori posizione e stilisticamente non impostati per bene, ma alla fine sono sempre efficacissimi! Questo mi ha colpito: ne deduco che a pool, stile a parte, si vince tantissimo con la testa e con il cuore».
Pietro Giampà

 

Secondo te, chi è stato il migliore e chi il peggiore, Coach?

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«Tra gli americani, ho visto molto bene Shane Van Boening e Justin Bergman. In particolare, Bergman, sicuro di sé e preciso nell’esecuzione, con quella sua particolare routine prima del tiro per trovare la concentrazione, quel lungo “brandeggio in aria”. Quanto al peggiore del team USA, direi il giovane Skyler Woodward, che più di una volta è andato in buca con la bianca e spesso finiva fuori posizione».
Pietro Giampà

 

E nella squadra europea?

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«Non ho dubbi: i migliori sono stati il solito Nils Feijen e Albin Ouschan, quest’ultimo in due parole determinante e impressionante. Invece, mi sarei aspettato qualcosa in più dall’esperto Darren Appleton: ho avuto l’impressione che in più occasioni, sotto pressione, non sia stato all’altezza della situazione».
Pietro Giampà

 

Dagli spalti si vedeva bene?

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«Perfettamente! L’Alexandra Palace si presta benissimo a questi eventi: parliamo di una arena che contiene circa 2000 persone, e gli spalti erano completamente gremiti, tutte le sere, ma la visuale era buona da ovunque».
Pietro Giampà

 

E c'era il solito tifo da stadio, un classico della Mosconi Cup.

Il Coach racconta:  la mia Mosconi Cup

«Sì, costante, assordante, entusiasmante. Applausi per gli europei padroni di casa e fischi continui per gli americani. Una baldoria che veniva fermata per pochi attimi solo dall’arbitro che alzava il braccio prima del tiro, e che lasciava in attesa, con il fiato sospeso, tutto il pubblico...».
Pietro Giampà

 

In quei momenti di silenzio, com'era l'atmosfera?

Il Coach racconta:  la mia Mosconi Cup

«Si avvertiva fortissima la pressione di ogni singola giocata, di ogni secondo che passava del timeshot, il tempo a disposizione per ogni tiro. Il timeshot mette in difficoltà e in affanno anche giocatori che hanno una esperienza mondiale: e infatti, molti chiedevano l’extension (il tempo extra) su una 9 dritta in buca! Rendetevi conto, ragazzi!».
Pietro Giampà

 

E poi, dopo i match, che cosa facevano i giocatori a fine giornata? Andavano tutti a letto, uscivano, si svagavano al bar?

Il Coach racconta:  la mia Mosconi Cup

«Rimanevano nell’arena a firmare autografi, a fare foto con i fans, tutti molto disponibili, soprattutto gli americani, che sono molto più alla mano. E non mancavano i brindisi a suon di birra degli inglesi! Molti giocatori erano lì con amici e parenti, c'era un clima allegro, di festa».
Pietro Giampà

 

Chi ti è sembrato il più simpatico?

Il Coach racconta:  la mia Mosconi Cup

«Senza dubbio, Rodney Morris del team USA. In tutte le sere che l'ho visto, abbiamo sempre scherzato, sempre disponibilissimo. L’ultima sera, poi, era a cena con tutta la famiglia a brindare e mangiare hamburger e patatine fritte. Rideva e parlava con tutte le persone che si avvicinavano, è veramente simpatico».
Pietro Giampà

 

Oltre alla Mosconi Cup, hai respirato altro biliardo nel tuo viaggio in Inghilterra?

Il Coach racconta:  la mia Mosconi Cup

«Ovviamente sì, a 360 gradi. Ho visitato sale da biliardo a King Cross e Fusbury Park, dove i biliardi da snooker la fanno da padrone. Ho visto che nelle sale ci sono generalmente due o tre tavoli da pool e dieci da snooker. Inoltre, ho avuto la fortuna di andare a trovare nella sua bottega artigianale il grande John Parris, costruttore numero uno di stecche da snooker. Alle pareti, ha appeso le foto con tutti i più grandi giocatori di snooker che utilizzano le sue stecche, Ronnie O’Sullivan, Judd Trump, John Higgins, e ti senti parte di un mondo fantastico dove anche le stecche hanno un‘anima».
Pietro Giampà

 

Coach, che dire... ti ringraziamo veramente tanto per questa intervista. Quando ci risentiremo?

Il Coach racconta:  la mia Mosconi Cup

«Molto presto. Il prossimo appuntamento sarà il World Pool Masters 2017 a Gibilterra. E io ci sarò, anche come vostro inviato. Grazie a voi e… I LOVE POOL!»
Pietro Giampà

 

Ringraziamo Pietro Giampà per la cortese disponibilità a rilasciarci questa intervista e speriamo di poterlo risentire presto.
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